La Vergona

L'anima (…) ubbidiente, soave e vergognosa è nella prima estate.
 (Dante, Convivio)                 

Erikson, in "Gioventù e crisi di identità", si rifà al Convivio dantesco dove la vergogna viene messa tra le passioni che l'adolescente deve provare per entrare bene nella fase giovanile,  definendola come "uno dei modi di esperire accessibili all'introspezione, uno dei modi di comportarsi osservabili da altri e una delle condizioni inconsce individuabili in analisi".
Qui Dante coglie l'aspetto che potremmo definire libidico della vergogna, cui riconosce tre componenti : stupore, pudore e verecondia. Sottolineando nello stupore la curiosità, la disponibilità all'oggetto, Dante coglie quindi l'aspetto del desiderio più che la capacità di disorganizzare le funzioni intellettuali, e facendo ciò si ricollega ad Aristotele e a Tommaso D'Aquino e si distacca dal concetto più biblico di vergogna, connesso alla colpa, allora in auge.

Ma, molto prima del “Sommo Poeta”, la complessità del sentimento di vergogna era stata già affrontata da un grande tragico, Euripide, che nell'Ippolito rappresenta con Fedra le implicazioni dell'aidòs. La parola vergogna deriva dal latino vereor, che significa rispetto, timore rispettoso, mentre il corrispettivo inglese, shame, si ricollega alla radice indoeuropea kam, che significa nascondere, coprire; dunque l'uno mette l'accento sulla motivazione scatenante (positiva: il senso di rispetto), l'altra sull'azione conseguente (il nascondere, velare). Diceva Nietzsche: "tutto ciò che è profondo ama la maschera"; e così ci appare la vergogna, che nasce da un profondo senso di sé, il narcisismo, e lo difende con forza, anche se con imbarazzo. Può sorgere dall'invidia, dalla gelosia, dall'ostilità. E giunge Nietzsche a questa (direi delfica) affermazione: "Che cos'è il sigillo della raggiunta libertà? Non provare più vergogna di fronte a se stessi". Dal punto di vista fenomenologico il senso della vergogna viene descritto come un senso improvviso e sgradevole di nudità, di sentirsi scoperti, spogliati, smascherati, con il conseguente desiderio di sparire, di sprofondare, di diventare invisibili, e un senso di paralisi, di blocco, un sentirsi irrigiditi, pietrificati.

La sensazione generale che ne deriva è una sorta di profondo turbamento, di disorientamento, di confusione, desiderio di fuga e di blocco dell'azione.

La vergogna è conseguente ad una sensazione di smascheramento: cade la maschera, ciò con cui ci si tende a coprire, a proteggere, l'intimità del proprio sé e l'immagine di sé diventa improvvisamente evidente all'occhio esterno, alla vista degli altri; ci si percepisce nudi, esposti allo sguardo altrui, visti per come si è e non si ci si sarebbe voluti mostrare.
In genere il senso di vergogna è associato al rendersi improvvisamente evidenti di quei lati di noi che consideriamo sgradevoli, indecenti, o addirittura mostruosi.
A differenza di questo il pudore ha una sfumatura leggermente più tenue: esso pone l'accento sul bisogno di proteggere qualcosa di intimo che tuttavia non è necessariamente vissuto come inadeguato o sgradevole. Il senso della vergogna si pone su un piano di esperienza piuttosto immediata, di tipo percettivo, particolarmente associata al senso della vista: è legata ad un'immagine visiva che si fa evidente, che non è necessariamente ancora parola, e quindi pensiero.
Spesso proprio quando diventa dicibile, quando passa cioè dal piano percettivo a quello del pensiero, perde parte della propria intensità. Arrivare a dire che si prova vergogna e a individuare che cosa genera tale sensazione spesso segna l'inizio dell'elaborazione che può portare dall'accettazione, all'ironia, fino all'autoironia liberatoria.

Dare un nome a qualcosa risponde all'esigenza di impedire la dispersione dei fenomeni osservati, legandoli provvisoriamente tra loro (Bion, 1963). Le parole costituiscono anche strumenti indispensabili per padroneggiare le esperienze, rendendo possibile allo stesso tempo dare un nome a cosa accade ed agire sulle esperienze stesse. Mettere in parole una esperienza è già un modo per trasformarla.

Ma nonostante la ricchezza di termini e di sinonimi, nella nostra cultura non è facile reperire un canale espressivo linguistico per la vergogna. Ciò è in parte dovuto alla potente influenza che le caratteristiche del linguaggio esercitano sul modo nel quale mettiamo in forma i nostri affetti, ed il nostro linguaggio appare, per le sue caratteristiche convenzionali, più capace di dare voce alla colpa che non alla vergogna, un vissuto più magmatico, ineffabile e mal tematizzabile. Aldilà del linguaggio, altri elementi giocano un ruolo fondamentale nel rendere non agevole l'utilizzazione del canale linguistico per l'espressione della vergogna. Questa difficoltà si realizza in una duplice direzione: se da un lato è difficile mettere in parole la vergogna, dall'altro risulta difficile anche riconoscere ed ascoltare la vergogna.

Del resto la vergogna si trova al centro di un vero e proprio paradosso. Si tratta infatti di un sentimento che concerne la sfera della massima privatezza ed intimità di un individuo ma che allo stesso tempo ha una fondamentale componente relazionale-sociale (Semi,1990). In questo senso la vergogna si colloca all'acme di un cortocircuito che mette in contatto diretto una esperienza intrapsichica con una esperienza interpersonale, il polo narcisistico con il polo oggettuale di questo sentimento (Munari, La Scala,1995).

Inoltre, c'è da dire che anche la psicoanalisi, da sempre attenta ai movimenti emotivi, ha trascurato a lungo la vergogna, a partire dall'atto di nascita del setting psicoanalitico che viene costruito anche in funzione anti-vergogna: come scriveva Freud " non sopporto di essere fissato ogni giorno per più di otto ore".
Ma la difficoltà a riconoscere, ascoltare e parlare della vergogna si è fatta sentire anche in ambito psicopatologico, ove, come abbiamo detto, l'area degli affetti è stata monopolizzata dalla depressione e dalla mania. Ma, pur partendo da una posizione di trascuratezza, la vergogna ha mostrato invece di disporsi in maniera tangenziale a gran parte della psicopatologia, passando al centro della attenzione in molti quadri psicopatologici. L'ascolto dello psicopatologo si è per parte sua affinato nel cogliere le tracce di questo riposto sentimento.

Gli psichiatri e gli psicoanalisti sono tradizionalmente chiamati ad intervenire quando le cose sono già successe, quando un problema si è manifestato nella forma di un sintomo conclamato. L'impatto con il sintomo occupa quindi gran parte della attenzione e delle energie di entrambi, rischiando di oscurare il percorso che ha condotto al sintomo stesso. Rispetto all'area della vulnerabilità schizotropica o endotimica (Stanghellini,1997) essi vengono spesso chiamati in causa quando la vulnerabilità ha già dato luogo alla emergenza sintomatologica. Quanto più si fa ricorso ad un modello di carattere riduzionistico, tanto più sarà difficile tentare di percorrere a ritroso, con il paziente, il percorso che ha condotto alla manifestazione del sintomo.

In questa condizione si trovano costretti ad utilizzare perlopiù  interpretazioni ed ipotesi ex-post, del tipo "se ora vedo questo, se assisto a questo fenomeno psicopatologico, posso pensare che si sia prima verificato un altro fenomeno tale da rendere possibile quello che ora vedo". E' per questo motivo che gli psichiatri e gli psicoanalisti hanno molto da imparare dagli storici e dagli archeologi.

Analoga è la condizione in cui lavorano in quanto tutt'essi compaiono sulla scena "dopo il fatto": chiamati ad intervenire sul disturbo come ultimo anello di una catena, a ricostruire percorsi che si sono spezzati o a ricostruire gli eventi a partire dalle orme che sono rimaste sul terreno. Il destino della coppia terapeutica sembra in sostanza quello di occuparsi di fenomeni che sono stati prima vissuti e soltanto in seguito, eventualmente e con grande fatica, compresi. Il sintomo che preso di per se stesso può apparire come incomprensibile e "mostruoso", una volta ri-connesso alla storia, alle vicissitudini del mondo interno ed alla situazione vitale del soggetto non apparirà più così "mostruoso".

"Chi veda soltanto una coda, facendo astrazione dal mostro a cui essa appartiene - scriveva Pirandello nel 1922 - potrà stimarla per sé stessa mostruosa. Bisognerà riattaccarla a quel mostro; e allora non sembrerà più tale, ma quale dev'essere, appartenendo a quel mostro".
Per questo motivo forse è necessario spostare la attenzione dalla vergogna come affetto alle vicissitudini della vergogna, in altre parole seguire le orme lasciate dalla vergogna. Più che la vergogna in se stessa, acquista importanza il dopo-vergogna, i modi in cui si tenta di elaborare, ri-trascrivere e narrare questa esperienza.

Dott. Alberto Antonio Maria Raciti - Catania