Disagi nuovi, scuola di sempre

La scuola, principale agenzia educativa, assieme alla famiglia, è profondamente in crisi. Non si fa, qui, riferimento all’ormai infinito e infruttuoso braccio di ferro tra scuola e governo ma a quello che concretamente accade nelle singole aule.

I ragazzi hanno ormai superato la dimensione conflittuale e contestataria tipica dell’adolescenza per lasciare progressivamente posto a quello della demotivazione scolastica. Attualmente le principali espressioni di disagio riguardano la noia, l’apatia e l’indifferenza. A scuola non si va per imparare ma per socializzare, le aule sono diventate luoghi d’intrattenimento, dove bivaccare con i coetanei in attesa che suoni la campanella. I compiti da svolgere a casa rappresentano una difficoltà insormontabile tanto da spingere, spesso, i genitori preoccupati ad ingaggiare insegnanti per lezioni private, ai quali non si chiede di svolgere attività di recupero ma di fare i compiti con i figli se non, addirittura, al posto dei figli. I ragazzi, come sostiene M. Lancini, hanno ormai smesso i panni dello studente per essere solo degli adolescenti dimostrando di avere “una forte difficoltà ad instaurare una relazione significativa con l’apprendimento e con il proprio ruolo di studente”. (M. Lancini, “Star male a scuola”, in E. Rosci “16 anni o meno”, Angeli, Milano, 2000). Secondo l’ultima analisi condotta dal Censis, l’80% degli adolescenti italiani si chiede se ha senso andare a scuola, dichiarano di annoiarsi quotidianamente, percepiscono gli insegnanti lontani dal loro mondo.

Le ragioni di questa dilagante forma di apatia scolastica possono essere rintracciate nella difficoltà, tipica dell’adolescenza, di scoprire la propria identità. Spesso i ragazzi scelgono l’indirizzo scolastico considerato più trendy o decidono di seguire gli amici senza tenere conto delle proprie attitudini. Totalmente disillusi, non hanno grandi aspettative per il futuro. Temono che le energie riversate nello studio rimangano sprecate perché non riusciranno ad avere la carriera lavorativa che sognano; quando sognano!

Lungi dal volere trovare o indicare soluzioni, nasce spontaneamente il dubbio se, a questo punto, non valga la pena interrogarsi sull’attualità dei programmi, dei metodi d’insegnamento e, ancora una volta, sulla natura del rapporto insegnante-alunno.

La Scuola Nuova o Attiva incoraggiava l’autoeducazione e la libertà alla creatività. Il termine Scuola Attiva veniva usato nei primi anni del 900 per negare polemicamente il valore educativo della scuola tradizionale considerata passiva. Passiva perché costringe gli studenti fra i loro banchi a subire lezioni nozionistiche dalla cattedra. Domina la figura dell’insegnante mentre agli allievi è affidato l’unico compito di ripetere quanto ascoltato. Nella Scuola Attiva, invece, l’ordine non nasce dalla disciplina esteriore ma dalla volontà degli alunni che prendono attivamente parte alla formazione. La Scuola Nuova è puerocentrica, il ragazzo educa se stesso, all’adulto rimane solo il compito di aiutarlo per quella che deve risultare una forma di autoeducazione. La figura dell’insegnante non viene affatto sminuita. Lombardo Radice, infatti, parla di “insegnante artista”che non si attiene ad un particolare metodo, non prepara la lezione a casa ma entra in intimo contatto con l’anima degli alunni traendo dalla sua cultura il contenuto della lezione. Nella seconda metà del 900 Carl Rogers richiamandosi ad una metodologia d’insegnamento centrata sullo studente ritiene che il docente debba avere ben chiari quali siano gli obiettivi e gli interessi di ogni singolo alunno. Fondamentale il clima da mantenere in classe, improntato all’accettazione, alla comprensione e al rispetto dell’altro. L’insegnante, senza mai sfociare nel permissivismo, deve essere garante di un ambiente sereno e famigliare. Per Rogers il docente che non mantiene posizioni autoritarie viene visto dagli studenti come persona realmente significativa in grado di esercitare una profonda e positiva influenza. Thomas Gordon sottolinea come l’insegnante che non riesce ad avere il controllo della classe con metodi autoritari o coercitivi finisce per rinunciare al proprio ruolo professionale. Il pedagogista propone un metodo basato sulla collaborazione insegnante-alunno dove le parti in conflitto si uniscano nella ricerca di soluzioni accettabili per entrambi.

Come sosteneva Plutarco, l’allievo può essere considerato un “vaso da riempire” o una “fiaccola accesa”, nel secondo caso il docente ha principalmente il ruolo di alimentare la fiamma per mantenerla accesa.