Ecco  perché  il  nostro  cervello   funziona  come  Facebook  

Lo  studio  di  «Nature»  sulle  nostre  sinapsi:  creano  tra  i  neuroni  pochi  legami  fortissimi  e  una  miriade  di  connessioni  deboli.  È  la  logica  delle  «amicizie»  sul  Social  network.

di  Giuseppe  Remuzzi  

Se qualcuno pensava che fosse Mark Zuckerberg ad avere inventato Facebook  (l’avrebbe fatto con Eduardo Saverin, Andrew McCollum, Dustin Moskovitz e Chris Hughes i suoi compagni di stanza dell’Harvard University) dovrà ricredersi. Zuckerberg è partito dall’elenco degli studenti con tanto di foto -­‐ Facebook appunto -­‐ che le Università degli Stati Uniti distribuiscono a chi si iscrive e ne ha fatto un social network che in un baleno ha conquistato il mondo. In un certo senso però Facebook c’era già in natura, nel cervello di ciascuno di noi ben prima di Zuckerberg.  

Questi amici speciali  che  influenzano  il nostro modo di pensare e le nostre scelte e solo questi pochi; tutti gli  altri  amici  di  Facebook  contano meno anche se sono moltissimi. Ma  come hanno fatto i ricercatori  di  Basilea ad accorgersi che l’organizzazione dei neuroni nel cervello assomiglia in un modo impressionante a quello che succede con i social network?    
Hanno lavorato su un’area  particolare del cervello, quella parte  di corteccia  che  riceve impulsi  nervosi  provenienti  dagli  occhi  e  li  trasforma in percezione  visiva. Una volta scelta l’area su cui concentrare le loro osservazioni il problema era di capire chi fa che cosa dei  centomila neuroni per millimetro cubo che popolano quella zona del cervello. Per farlo servivano  strumenti  sofisticati  di  risonanza magnetica da accoppiare a misure di elettricità. Insieme questi strumenti hanno consentito  di stabilire che sono solo i pochi neuroni molto simili a influenzarsi reciprocamente e questo serve a organizzare in modo efficiente le informazioni che arrivano dall’esterno e ad amplificarle quando serve.    
A questo punto Lee Cossell, uno degli autori dello studio si fa un’altra domanda. «Perché i neuroni hanno comunque anche un così gran numero di connessioni deboli?». Immaginiamo che in certe circostanze i neuroni debbano cambiare il loro modo di lavorare per adattarsi a 
situazioni che potrebbero richiedere reazioni immediate.  
Un modo molto pratico per riuscirci potrebbe essere rafforzare le connessioni deboli che ci sono già e questo è probabilmente il segreto della plasticità del cervello e della sua straordinaria capacità di adattarsi in fretta a circostanze che cambiano. Succede anche con gli amici di Facebook, quelli con cui ci sono legami deboli? Non lo so per certo ma penso sia proprio così. Ma a cosa servono questi studi? 

Quello che è stato fatto a Basilea e a Londra e che è appena pubblicato su Nature, potrebbe  essere un primo passo verso la creazione di un computer capace di simulare l’attività del cervello, un sogno per adesso che un giorno però potrebbe realizzarsi. È molto più concreta invece la possibilità che questi studi aiutino ad avere più informazioni sulla schizofrenia e l’au tismo per esempio, malattie che compromettono proprio le capacità dei neuroni di dialogare fra loro. Ecco perché il nostro cervello funziona come Facebook. Lo studio di «Nature» sulle nostre sinapsi: creano tra i neuroni pochi legami fortissimi e una miriade di connessioni deboli. È la logica delle «amicizie» sul Social network.  
di  Giuseppe  Remuzzi