Anno I n° 1

Perchè Benessere Psichico?
Nei paesi del nord Europa l’interesse per le scienze psicologiche da molti anni è in auge. In Italia e particolarmente nelle regioni del Sud la diffusione è ugualmente ampia, ma questo argomento è avvolto da un pesante tabù. Avviare un trattamento psicoterapico equivale per molti affermare una presunta propria insanità mentale.
Sebbene la psicoterapia è utile in talune patologie mentali è pur vero che oggi giorno rappresenta anche un movimento di pensiero che accoglie l’uomo moderno proteso ad una eccessiva spinta alla propria realizzazione permettendogli di fermarsi a riflettere su se stesso. Se esaminiamo una giornata tipo di un uomo del nostro tempo ci accorgiamo che gli spazi ed i tempi dedicati alla riflessione sono molto limitati. Ogni attimo viene sfruttato per ottenere qualcosa di più dal lavoro, o per partecipare alle competizioni sociali e realizzare alla fine il sogno di possedere oggetti materiali. Forse l’unico spazio rimasto per pensare rimane la notte. La nostra psiche solo allora può elaborare i vissuti della giornata, indisturbata, attraverso i sogni. Tutto questo “agire” e questo poco “pensare” può far perdere di vista l’unicità del proprio “Io”, con il risultato di competere per la realizzazione di obiettivi sociali predeterminati, accrescendo la propria avidità e causando una de-realizzazione personale. Perdere di vista i propri personali punti di vista e desideri significa non avere conoscenza del proprio “sé”. Insoddisfazione, frustrazione, ed altre problematiche sono il risultato di una mancata conoscenza di se stessi.
Ci proponiamo di fare luce sul significato moderno della psicoterapia, senza dimenticare il glorioso passato delle menti che hanno fondato questo movimento. Gli psicoterapeuti che curano gli articoli sono tutti professionisti siciliani.

Anno I n° 1
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Il Disturbo Ossessivo Compulsivo

LA SCHEDA

Ciascuna scheda descrive sinteticamente un disturbo mentale, al fine di fornire le informazioni chiave per capirne l’origine ed il significato.

 

Definizione. E’ caratterizzato dalla presenza di idee, pensieri o impulsi che si intromettono continuativamente nella psiche del soggetto, il quale le vive come intrusive sfuggendo al controllo soggettivo. Tali pensieri evolvono verso comportamenti sterotipati ed obbligatori (compulsione), a cui il soggetto ricorre nel tentativo di attenuare l’ansia.  

Spiegazione. Di norma, chiunque può mettere in atto comportamenti compulsivi, come ad esempio controllare di aver chiuso il gas, la macchina o la porta di casa, oppure azioni mentali quali contare o ripetere parole mentalmente. Essi sono il risultato di eccessivo stress psichico e possono talora divenire patologici quanto i pensieri ossessivi ed il conseguente comportamento ripetitivo e rituale interferiscono con le normali attività della persona.

 Complicanze.  Si associano a problemi relazionali, con un elevato rischio di divorzio e disadattamento al lavoro. Il disturbo può evolvere verso la demoralizzazione o depressione secondaria e si può associare a disturbi minori, quali cleptomania (mania del rubare), tricotillomania (strapparsi i capelli), onicofagia (mangiare le unghia).

Terapia. La psicoterapia dinamica può evidenziare le problematiche psichiche per le quali il soggetto mette in atto tali comportamenti, permettendo di prendere consapevolezza e padroneggiare i disturbi. Alcuni farmaci come gli inibitori del re-uptake della serotonina ed altri antidepressivi sono utili nelle fasi più gravi.

Quel Mostro Chiamato Terremoto...

 Recentemente abbiamo assistito ad una tragedia collettiva: il terremoto dell'Aquila e dei paesi viciniori. L'accaduto, dal punto di vista emotivo, rappresenta l'evento traumatico, perché racchiude in sé tutti i possibili eventi traumatici che un individuo può vivere nel corso della sua vita: la perdita di una persona cara, del lavoro, della casa, della scuola, dell'ospedale, della chiesa, del circolo ricreativo, del teatro, del paese… Tutto crolla le persone e le cose, quelle persone e quelle cose che, solitamente, danno fiducia, stabilità e sicurezza.

Epicentro del recente Terremoto vicino Norcia (30 ottobre 2016 h. 7;41)

Ogni individuo, durante il corso della sua vita, prova, sente, convive con molte paure, il terremoto le ingloba tutte, è improvviso, è catastrofico, è perturbante, è il mostro, il lupo cattivo, di conseguenza chiunque abbia vissuto o provato una paura ricollegabile anche ad uno solo degli aspetti su menzionati si identifica con gli abitanti dei luoghi colpiti dal sisma, perché la sua paura è da esso inglobata, rappresentata, con l'aggravante che è reale, il ché emotivamente significa: ogni paura interiore anche mai realizzata diventa realizzabile, concreta, ed ogni paura vissuta nel passato si rivive. Ciò che crolla sono, dunque, la sicurezza, la speranza, rappresentati dalla CASA. Essa è un luogo fisico, uno spazio all'interno del quale ci sono, principalmente, il FOCOLARE ed il TALAMO, deputati a realizzare gli essenziali bisogni di ogni uomo: il focolare dà calore e nutrimento a chi si riunisce attorno ad esso, come l'utero che riscalda e nutre il bambino; il talamo è depositario dell'amore, del concepimento. La casa, dunque, è il luogo della nascita, della crescita, della storia, della narrazione, del gioco, della tradizione, e quando crolla il sentimento è che tutto questo sia crollato.
Come si reagisce ad una paura del genere? Dando un'immagine a questo mostro senza volto, come quando si raccontano le favole ai bambini, per i quali la paura si trasforma in lupo cattivo, strega, matrigna, o come quando nascono miti e leggende per dare significato a certi eventi altrimenti inspiegabili: la vita, la morte, il terremoto, l'eruzione, il maremoto, la pioggia, il fuoco,…
Oggi i miti ci vengono proposti dai media, che trovano il mostro e gli danno un volto: il costruttore, il governo, la politica, trovano colpevoli, esperti che sapevano e che potevano evitare e/o far evitare il peggio, scrivono frasi del tipo “di terremoto non si muore”, che eliminano il mostro per puntare l'attenzione in altri mostri concreti reali, attaccabili e controllabili per tornare a dormire sonni tranquilli, il mostro viene cacciato via e si comincia una falsa ricostruzione, insabbiando e dimenticando. Con ciò non voglio assolutamente negare le responsabilità reali e concrete che vanno denunciate e condannate, sottolineo il punto di vista emotivo, per spiegare identificazioni, sentimenti, bisogni, difese e altro, ma non per dimenticare le effettive responsabilità.
D'altro canto, però, se l'uomo non attivasse delle difese di tipo interno sarebbe travolto dalle sue stesse paure. Quello che qui sto esprimendo è la necessità che le risorse, le forze per costruire miti, sogni vengano dall'interno della città e dei paesi colpiti e non dai media, perché quelle che vengono dall'interno portano con sé tutto ciò che c'era dentro quelle case distrutte: la propria storia, le proprie tradizioni, i propri miti, che si possono ancora trovare interiorizzate nella memoria, nei vissuti e nei sentimenti delle persone vive. Il sostegno, l'aiuto per questa gente, ritengo debba puntare sul rispetto, sul ricordo e sulla trasformazione di ciò che è crollato e non c'è più: le persone, le case, gli istituti, gli ospedali, le chiese, per ritrovarne il valore, la memoria, la storia, i sentimenti e trasformarli in ristrutturazione, ricostruzione, rinascita, crescita, sviluppo.
Auguri a tutte le persone colpite dal terremoto.

Dott.ssa Pietra Paola Scandurra - Biancavilla (CT)

La Vergona

L'anima (…) ubbidiente, soave e vergognosa è nella prima estate.
 (Dante, Convivio)                 

Erikson, in "Gioventù e crisi di identità", si rifà al Convivio dantesco dove la vergogna viene messa tra le passioni che l'adolescente deve provare per entrare bene nella fase giovanile,  definendola come "uno dei modi di esperire accessibili all'introspezione, uno dei modi di comportarsi osservabili da altri e una delle condizioni inconsce individuabili in analisi".
Qui Dante coglie l'aspetto che potremmo definire libidico della vergogna, cui riconosce tre componenti : stupore, pudore e verecondia. Sottolineando nello stupore la curiosità, la disponibilità all'oggetto, Dante coglie quindi l'aspetto del desiderio più che la capacità di disorganizzare le funzioni intellettuali, e facendo ciò si ricollega ad Aristotele e a Tommaso D'Aquino e si distacca dal concetto più biblico di vergogna, connesso alla colpa, allora in auge.

Ma, molto prima del “Sommo Poeta”, la complessità del sentimento di vergogna era stata già affrontata da un grande tragico, Euripide, che nell'Ippolito rappresenta con Fedra le implicazioni dell'aidòs. La parola vergogna deriva dal latino vereor, che significa rispetto, timore rispettoso, mentre il corrispettivo inglese, shame, si ricollega alla radice indoeuropea kam, che significa nascondere, coprire; dunque l'uno mette l'accento sulla motivazione scatenante (positiva: il senso di rispetto), l'altra sull'azione conseguente (il nascondere, velare). Diceva Nietzsche: "tutto ciò che è profondo ama la maschera"; e così ci appare la vergogna, che nasce da un profondo senso di sé, il narcisismo, e lo difende con forza, anche se con imbarazzo. Può sorgere dall'invidia, dalla gelosia, dall'ostilità. E giunge Nietzsche a questa (direi delfica) affermazione: "Che cos'è il sigillo della raggiunta libertà? Non provare più vergogna di fronte a se stessi". Dal punto di vista fenomenologico il senso della vergogna viene descritto come un senso improvviso e sgradevole di nudità, di sentirsi scoperti, spogliati, smascherati, con il conseguente desiderio di sparire, di sprofondare, di diventare invisibili, e un senso di paralisi, di blocco, un sentirsi irrigiditi, pietrificati.

La sensazione generale che ne deriva è una sorta di profondo turbamento, di disorientamento, di confusione, desiderio di fuga e di blocco dell'azione.

La vergogna è conseguente ad una sensazione di smascheramento: cade la maschera, ciò con cui ci si tende a coprire, a proteggere, l'intimità del proprio sé e l'immagine di sé diventa improvvisamente evidente all'occhio esterno, alla vista degli altri; ci si percepisce nudi, esposti allo sguardo altrui, visti per come si è e non si ci si sarebbe voluti mostrare.
In genere il senso di vergogna è associato al rendersi improvvisamente evidenti di quei lati di noi che consideriamo sgradevoli, indecenti, o addirittura mostruosi.
A differenza di questo il pudore ha una sfumatura leggermente più tenue: esso pone l'accento sul bisogno di proteggere qualcosa di intimo che tuttavia non è necessariamente vissuto come inadeguato o sgradevole. Il senso della vergogna si pone su un piano di esperienza piuttosto immediata, di tipo percettivo, particolarmente associata al senso della vista: è legata ad un'immagine visiva che si fa evidente, che non è necessariamente ancora parola, e quindi pensiero.
Spesso proprio quando diventa dicibile, quando passa cioè dal piano percettivo a quello del pensiero, perde parte della propria intensità. Arrivare a dire che si prova vergogna e a individuare che cosa genera tale sensazione spesso segna l'inizio dell'elaborazione che può portare dall'accettazione, all'ironia, fino all'autoironia liberatoria.

Dare un nome a qualcosa risponde all'esigenza di impedire la dispersione dei fenomeni osservati, legandoli provvisoriamente tra loro (Bion, 1963). Le parole costituiscono anche strumenti indispensabili per padroneggiare le esperienze, rendendo possibile allo stesso tempo dare un nome a cosa accade ed agire sulle esperienze stesse. Mettere in parole una esperienza è già un modo per trasformarla.

Ma nonostante la ricchezza di termini e di sinonimi, nella nostra cultura non è facile reperire un canale espressivo linguistico per la vergogna. Ciò è in parte dovuto alla potente influenza che le caratteristiche del linguaggio esercitano sul modo nel quale mettiamo in forma i nostri affetti, ed il nostro linguaggio appare, per le sue caratteristiche convenzionali, più capace di dare voce alla colpa che non alla vergogna, un vissuto più magmatico, ineffabile e mal tematizzabile. Aldilà del linguaggio, altri elementi giocano un ruolo fondamentale nel rendere non agevole l'utilizzazione del canale linguistico per l'espressione della vergogna. Questa difficoltà si realizza in una duplice direzione: se da un lato è difficile mettere in parole la vergogna, dall'altro risulta difficile anche riconoscere ed ascoltare la vergogna.

Del resto la vergogna si trova al centro di un vero e proprio paradosso. Si tratta infatti di un sentimento che concerne la sfera della massima privatezza ed intimità di un individuo ma che allo stesso tempo ha una fondamentale componente relazionale-sociale (Semi,1990). In questo senso la vergogna si colloca all'acme di un cortocircuito che mette in contatto diretto una esperienza intrapsichica con una esperienza interpersonale, il polo narcisistico con il polo oggettuale di questo sentimento (Munari, La Scala,1995).

Inoltre, c'è da dire che anche la psicoanalisi, da sempre attenta ai movimenti emotivi, ha trascurato a lungo la vergogna, a partire dall'atto di nascita del setting psicoanalitico che viene costruito anche in funzione anti-vergogna: come scriveva Freud " non sopporto di essere fissato ogni giorno per più di otto ore".
Ma la difficoltà a riconoscere, ascoltare e parlare della vergogna si è fatta sentire anche in ambito psicopatologico, ove, come abbiamo detto, l'area degli affetti è stata monopolizzata dalla depressione e dalla mania. Ma, pur partendo da una posizione di trascuratezza, la vergogna ha mostrato invece di disporsi in maniera tangenziale a gran parte della psicopatologia, passando al centro della attenzione in molti quadri psicopatologici. L'ascolto dello psicopatologo si è per parte sua affinato nel cogliere le tracce di questo riposto sentimento.

Gli psichiatri e gli psicoanalisti sono tradizionalmente chiamati ad intervenire quando le cose sono già successe, quando un problema si è manifestato nella forma di un sintomo conclamato. L'impatto con il sintomo occupa quindi gran parte della attenzione e delle energie di entrambi, rischiando di oscurare il percorso che ha condotto al sintomo stesso. Rispetto all'area della vulnerabilità schizotropica o endotimica (Stanghellini,1997) essi vengono spesso chiamati in causa quando la vulnerabilità ha già dato luogo alla emergenza sintomatologica. Quanto più si fa ricorso ad un modello di carattere riduzionistico, tanto più sarà difficile tentare di percorrere a ritroso, con il paziente, il percorso che ha condotto alla manifestazione del sintomo.

In questa condizione si trovano costretti ad utilizzare perlopiù  interpretazioni ed ipotesi ex-post, del tipo "se ora vedo questo, se assisto a questo fenomeno psicopatologico, posso pensare che si sia prima verificato un altro fenomeno tale da rendere possibile quello che ora vedo". E' per questo motivo che gli psichiatri e gli psicoanalisti hanno molto da imparare dagli storici e dagli archeologi.

Analoga è la condizione in cui lavorano in quanto tutt'essi compaiono sulla scena "dopo il fatto": chiamati ad intervenire sul disturbo come ultimo anello di una catena, a ricostruire percorsi che si sono spezzati o a ricostruire gli eventi a partire dalle orme che sono rimaste sul terreno. Il destino della coppia terapeutica sembra in sostanza quello di occuparsi di fenomeni che sono stati prima vissuti e soltanto in seguito, eventualmente e con grande fatica, compresi. Il sintomo che preso di per se stesso può apparire come incomprensibile e "mostruoso", una volta ri-connesso alla storia, alle vicissitudini del mondo interno ed alla situazione vitale del soggetto non apparirà più così "mostruoso".

"Chi veda soltanto una coda, facendo astrazione dal mostro a cui essa appartiene - scriveva Pirandello nel 1922 - potrà stimarla per sé stessa mostruosa. Bisognerà riattaccarla a quel mostro; e allora non sembrerà più tale, ma quale dev'essere, appartenendo a quel mostro".
Per questo motivo forse è necessario spostare la attenzione dalla vergogna come affetto alle vicissitudini della vergogna, in altre parole seguire le orme lasciate dalla vergogna. Più che la vergogna in se stessa, acquista importanza il dopo-vergogna, i modi in cui si tenta di elaborare, ri-trascrivere e narrare questa esperienza.

Dott. Alberto Antonio Maria Raciti - Catania
 

Media & Stregoneria

Alcuni mesi fa la stampa nazionale si è occupata del caso di una ragazza di 30 anni affetta da stato vegetativo permanente. E' divenuto un avvenimento clamoroso, giacchè della “terapia” della giovane donna si è occupato anche il tribunale con il suo stuolo di giudici ed avvocati. I progressi della medicina sono talmente avanzati che non bastano i medici ad occuparsi dei malati, cosicché altre figure professionali si fanno avanti… In questa sede ci limitiamo a riflettere sul problema e non giudichiamo se sia la legge troppo invasiva o la sanità troppo burocratica.
SCIAMANI E STREGONI
Se guardiamo al lontano passato, l'uomo viveva in organizzazioni tribali in cui la legge era rappresentata dal capo del villaggio, mentre lo stregone rappresentava una figura mistica con funzioni religiose e sanitarie. Agli inizi dello sviluppo della loro professione gli stregoni o sciamani cominciarono a specializzarsi in settori quali provocare la pioggia, curare gli ammalati e scoprire i criminali. Tutta la vita degli uomini antichi era imperniata sulla profilassi; la loro religione era in larga misura una tecnica per prevenire le malattie fisiche e psichiche. Essi curavano attraverso la dieta, il digiuno, mentre le secrezioni naturali (feci, urine, sangue) avevano fama di potenti medicamenti, a cui si aggiunsero radici e vari tipi di sali. Indipendentemente dagli errori delle loro teorie, essi erano per lo più sinceri nel metterle in atto; avevano una fede illimitata nei loro metodi di trattamento, e questo, per se stesso, è già un potente rimedio. La malattia veniva trattata salmodiando, urlando, imponendo le mani, soffiando sul paziente e con molte altre tecniche altamente suggestive. In tempi successivi divenne molto diffuso il ricorso al sonno nel tempio, durante il quale si supponeva che avvenisse la guarigione. Alcuni rituali servivano alla risoluzione di conflitti familiari, stati isterici e altri disturbi mentali. Gli stregoni tentarono infine dei veri interventi chirurgici. Tra le prime operazioni vi fu quella della trapanazione del cranio per consentire la fuga di uno spirito che causava il mal di testa. Gli sciamani impararono a curare le fratture e le lussazioni, ad aprire pustole ed ascessi; le sciamane furono esperte ostetriche. Utilizzavano tecniche di suggestione collettiva attraverso rituali a cui assisteva l'intero villaggio. Il malato al centro era oggetto delle loro pratiche e durante il cerimoniale un amuleto magico veniva sfregato nel punto malato e poi gettato via per allontanare la malattia. In altri casi organi interni di animali apparivano improvvisamente simulando la parte malata proveniente dal corpo dell'uomo che veniva così asportata.
IL GRUPPO SOCIALE
Nelle mente dell'uomo antico lo sciamano guaritore aveva un contatto diretto con le divinità.  Religione, medicina e psicologia erano un'unica realtà in collaborazione con la legge, il cui rappresentante era il capo tribù o il capo della guerra. La vita sociale era dunque regolata da queste figure che, se vogliamo, possono rappresentare le istituzioni principali della nostra società moderna: Stato, Chiesa, Sanità, alle quali oggi si aggiungono l'Economia e i Media.
IL CASO
Per quanto riguarda la Sanità, di cui all'inizio ci siamo occupati riguardo al caso della ragazza in stato vegetativo, bisogna riconoscere che nella società attuale la figura del medico abbia in parte perso quello che possiamo definire il potere magico guaritore, che invece fino a 50-60 anni fa era molto diffuso nella concezione popolare. Nella mente del popolo rimangono residui di concezioni arcaiche della vita che si trasmettono attraverso le generazioni, per cui il medico era considerato depositario di conoscenze superiori, quasi mistiche, e come tale godeva di un rispetto smisurato nonché di un naturale potere suggestivo che agendo sulla mente del malato attraverso un meccanismo intrapsichico poteva anche accelerare la guarigione, soprattutto nei disturbi psicosomatici, o anche portare un senso generale di benessere nelle malattie organiche. Nel tempo questo “potere” è stato utilizzato per altri fini, al di là delle guarigioni, ad esempio per fini politici ed economici e ciò non poco ha contribuito al decadere della sua importanza nella mentalità popolare. Il medico non è più lo stregone della tribù, venerato e rispettato, non spetta a lui l'ultima parola, come nel caso in cui un tribunale decide sulla sorte di un malato. Chi è lo stregone della nostra società?
Credo che attualmente la mentalità di gruppo della nostra nazione è molto influenzata dai media, che attraverso stampa, televisione ed internet, contribuiscono a regolare “l'umore” nazionale. I media sono lo stregone dei giorni nostri, capaci di veicolare i pensieri che si muovono nella nostra società o di strumentalizzarli. Come ha agito lo stregone-media nel caso della ragazza? Da un lato la figura di un padre che non sopporta più di vedere soffrire un corpo esanime, dall'altro i medici che inseguono terapie protocollari. Credo che, al pari dei familiari, tutte le persone che conoscevano la ragazza avrebbero desiderato nel loro cuore che questa si ridestasse, non è possibile accettare pienamente un drammatico finale.
ISTINTO PATERNO
La morte è inaccettabile e la paura di non esser a questo mondo è spesso vissuta inconsapevolmente. Dal primo momento in cui veniamo alla vita la morte ci è sconosciuta, e pian piano apprendiamo inconsapevolmente la paura di morire attraverso messaggi emotivi e non-verbali nei primi mesi di vita e poi dalle parole e dagli atteggiamenti dei genitori, i quali istintivamente proteggono i propri figli da tutti i pericoli: di cui il morire è il più grave. Un padre che chiede l'interruzione dell'alimentazione per la propria figlia nell'inconscio collettivo si scontra con questa funzione genitoriale di salvaguardia dal pericolo. Ma la sua richiesta di lasciare in pace la propria figlia evitando inutili accanimenti terapeutici contiene forse un desiderio inconscio paradosso, un desiderio che, secondo una mia ipotesi, è frutto dell'incontro dei pensieri di tutti coloro che vivono intorno a questa ragazza per motivi affettivi, professionali o di altra natura, un desiderio taumaturgico: morire per vivere. Vivere nell'aula di un tribunale, vivere nelle pagine dei giornali, fino a vivere inaspettatamente nei discorsi del Presidente del Consiglio. Questa bella ragazza apparve sorridente, con una chioma fluente e in buona salute. E' divenuta famosa e la gente si è battuta per lei.
Così i media-sciamani  attraverso i loro potenti mezzi di suggestione collettiva hanno realizzato quello che la medicina non ha potuto: hanno permesso che ella si ridestasse nella mente degli italiani. In fondo tutto quello che inconsapevolmente si chiedeva ai giudici era di morire, morire per vivere.
Vivere un'ultima volta nelle pagine della nostra storia.
Dott. Maurizio Garozzo - Giarre (CT)

Il Disturbo Ossessivo Compulsivo

Definizione. E’ caratterizzato dalla presenza di idee, pensieri o impulsi che si intromettono continuativamente nella psiche del soggetto, il quale le vive come intrusive sfuggendo al controllo soggettivo. Tali pensieri evolvono verso comportamenti sterotipati ed obbligatori (compulsione), a cui il soggetto ricorre nel tentativo di attenuare l’ansia .
Spiegazione. Di norma, chiunque può mettere in atto comportamenti compulsivi, come ad esempio controllare di aver chiuso il gas, la macchina o la porta di casa, oppure azioni mentali quali contare o ripetere parole mentalmente. Essi  sono il risultato di eccessivo stress psichico e possono talora divenire patologici quanto i pensieri ossessivi ed il conseguente comportamento ripetitivo e rituale interferiscono con le normali attività della persona.
Complicanze. Si associano a problemi relazionali, con un elevato rischio di divorzio e disadattamento al lavoro. Il disturbo può evolvere verso la demoralizzazione o depressione secondaria e si può associare a disturbi minori, quali cleptomania (mania del rubare), tricotillomania (strapparsi i capelli), onicofagia (mangiare le unghia).
Terapia. La psicoterapia dinamica può evidenziare le problematiche psichiche per le quali il soggetto mette in atto tali comportamenti, permettendo di prendere consapevolezza e padroneggiare i disturbi.  Alcuni farmaci come gli inibitori del re-uptake della serotonina ed altri antidepressivi sono utili nelle fasi più gravi.

Che Stress!!?

Stress” è una parola molto conosciuta e forse anche abusata. Le parole definiscono i concetti e spesso pensiamo di sapere e invece ci accorgiamo che non ne sappiamo mai abbastanza o, più spesso, diamo per scontato il significato di tali concetti. Insomma cosa intendiamo con la parola stress?

Nel percorso evolutivo una delle necessità vitali di tutti gli individui di tutte le specie è sempre stata  quella di poter individuare e reagire ai pericoli. La sopravvivenza è determinata da questo processo di “riconoscimento” del pericolo realistico o anche solo potenziale. A partire da ciò alcune strutture dell'organismo sono entrate a far parte di un processo fondamentale per la vita, legato a queste necessità difensive, ma che è rimasto sconosciuto alla scienza fino agli anni Trenta dello scorso secolo: la Sindrome generale di Adattamento (Selye). Selye riprese un termine, introdotto in biologia da un grande fisiologo americano W. Cannon, che indica la capacità di un materiale di reagire ad una pressione, questa capacità è definita: stress. Cannon indicava con il termine stress le sollecitazioni ambientali, gli stimoli e definiva la capacità massima di sopportazione dell'organismo come “livello critico di stress”. Selye, come abbiamo visto, invece adotta il termine stress in riferimento alla reazione adattiva dell'organismo definendolo “una risposta non specifica (straordinaria) dell'organismo a ogni richiesta effettuata a esso”.
Nel linguaggio comune è avvenuta una contaminazione dei due significati dati alla parola stress. si parla di stress sia in riferimento al contesto esterno all'organismo, sia in riferimento a ciò che accade dentro l'organismo. Questa contaminazione permette di evidenziare come ciò che accade dentro di noi, nella nostra mente e nel nostro corpo, sia collegato a ciò che accade attorno a noi: siamo sempre dentro un processo di feedback con il contesto in cui viviamo.
Cosa avviene nel nostro organismo quando ci troviamo in situazioni stressanti? La ricerca ha messo a fuoco i processi fisiologici sui quali si basa il “circuito diretto” dello stress cioè i percorsi implicati da vicino nella gestione della risposta adattiva. Uno stimolo allarmante produce un'attivazione della amigdala, una struttura che si trova alla base del nostro cervello e che fa parte del sistema limbico, il centro nervoso che svolge un ruolo chiave nella registrazione dei ricordi legati ad eventi e circostanze spiacevoli. L'amigdala comunica con l'ipotalamo, che ha tra le varie funzioni quelle di regolare il sonno e l'appetito, e che inoltre fa parte del circuito delle emozioni e degli equilibri ormonali. L'ipotalamo funge da “regia” nella risposta allo stress rilasciando un ormone che si chiama corticotropina, un vero e proprio “allarme” per il quale vengono sollecitati il sistema endocrino e il sistema nervoso periferico, chiamato sistema “simpatico”(che regola la circolazione, la respirazione, la digestione ed in generale tutta l'attività dei nostri organi); vengono pertanto rilasciati ormoni sia per via endocrina, tra i quali il cortisolo che viene definito “l'ormone stress” per eccellenza, sia per via nervosa, con una maggiore produzione di adrenalina e noradrenalina.
Tutto ciò comporta in sintesi:
   un'alterazione del metabolismo, con l'incremento del glucosio(glicemia), per ottimizzare le riserve
  di energia;
 un'alterazione del respiro,che si fa più rapido e corto, per ossigenare il sangue che viene pompato più velocemente dal cuore per portare energia ai muscoli;
 vasocostrizione periferica (i vasi sanguigni della pelle si contraggono) per ridurre il rischio di emorragia in caso di ferita;
 la digestione viene rallentata per risparmiare energie preziose;
 le difese immunitarie si mobilitano per intervenire in caso di ferita.
 
C'è di più: se consideriamo in modo integrato i dati che le ricerche ci forniscono progressivamente ci accorgiamo che la risposta allo stress coinvolge tutto il sistema di regolazione psicofisiologica dell'essere umano! Anche se ci si riferisce in genere allo stress come una cosa negativa, in realtà rappresenta un processo fisiologico assolutamente normale per qualsiasi essere vivente. Grazie a tutto ciò infatti gli esseri viventi sono in grado, in caso di pericolo, di predisporsi per una reazione. Inoltre un livello adeguato di stress è necessario per affrontare meglio le nostre attività.

Quand'è che lo stress ci può far male?
Innanzitutto quando ci troviamo di fronte a richieste che appaiono eccessive rispetto alle nostre capacità di farvi fronte, in questo caso si parla di “stress acuto”
In secondo luogo quando lo stimolo stressante, pur se non particolarmente intenso, è costante e l'individuo si trova nell'impossibilità, per limitazioni di vario tipo, di fornire una risposta comportamentale adeguata, una sorta di “goccia” lenta e micidiale, si parla in questo caso di “stress cronico”: lo stress della vita quotidiana tipica degli individui occidentali.
Vari studi hanno dimostrato che il nostro organismo è una sorta di network (rete) e che pertanto lo stile di vita che conduciamo si ripercuote su tutti gli apparati che lo riguardano: il sistema nervoso, endocrinologico, immunitario. Il rapporto tra stress e malattia  non è lineare, di tipo causa-effetto, ma di tipo circolare: l'eccesso di stress causa una progressiva “disregolazione” dei processi psico-fisiologici e del comportamento, determinando una compromissione  ed una diminuzione dell'efficienza e dell'efficacia sul piano cognitivo, emotivo e comportamentale.
 Sul piano emotivo: incremento delle tensioni; aumento dell'ipocondria; alterazioni di aspetti della personalità; aumento dell'ansia, della suscettibilità, dei meccanismi di difesa, della rabbia; calo del controllo emotivo; vissuti di impotenza e depressione; calo dell'autostima.
 Sul piano cognitivo: calo dei livelli attentivi e di concentrazione; maggiore distraibilità; calo della memoria sia a breve che a lungo termine; alterazione dei tempi di risposta; aumento degli errori; deterioramento delle capacità organizzative; aumento dei disturbi del pensiero; disturbi del linguaggio.
 Sul piano comportamentale: calo degli interessi e dell'entusiasmo; incremento dell'assenteismo e difficoltà a “staccare”; incremento dell'uso di farmaci e/o droghe; astenia; disturbi del sonno; incapacità a trovare nuove soluzioni; fuga dalle responsabilità; superficialità; comportamenti bizzarri; forme di dipendenza. In generale l'eccesso di stress è collegato con la progressiva comparsa di disturbi funzionali di tipo cardiovascolare (come tachicardia, extrasistole, dolore sternale), gastrointestinale (colon irritabile, gastrite, etc) e di veri e proprie malattie. Anche il sistema muscolo-scheletrico e la respirazione subiscono delle alterazioni: posture rigide ed errate, muscoli contratti, alterazione del ritmo e la fisiologia del respiro  (la tipica “fame d'aria”).
Tutto ciò avviene perché l'energia che non viene utilizzata a livello corporeo si deposita nell'organismo, causando cambiamenti fisici  nel cervello e nel corpo. Esiste una variabilità individuale allo stress, gli eventi stressanti infatti sollecitano l'insorgenza di emozioni e comportano risposte psicologiche e biologiche complesse e diverse da individuo ad individuo. Le strategie di risposta per fronteggiare lo stress vengono denominate strategie di coping e si riferiscono al complesso delle strategie mentali e comportamentali messe in atto dall'individuo.
Le ricerche sul coping hanno evidenziato tre tipi di strategie legate sia alle caratteristiche psicologiche soggettive che al modo di leggere la situazione, ossia appartenenti allo “stile” dell'individuo ma anche alla valutazione che egli fa della situazione:
 Coping centrato sul problema: la persona analizza il problema o la situazione e cerca le soluzioni   possibili.
 Coping centrato sull'emozione: la persona è impegnata a gestire e contenere le emozioni relative al  problema o alla situazione.
 Coping centrato sull'evitamento: la persona adotta atteggiamenti e comportamenti elusivi, che   tendono ad evitare il confronto con il problema o la situazione e rifuggendo anche dalla    consapevolezza emozionale.
Cosa fare?
Rispetto allo stress possiamo attuare vari tipi di interventi volti a ristabilire il benessere psico-fisico:
 Interventi di prevenzione primaria, che consistono nell'attenzionare le condizioni ambientali, di stili di vita o di lavoro in modo da renderle il più possibile orientate al benessere globale dell'individuo.
 Interventi di prevenzione secondaria, che consistono nell'aiutare la persona ad utilizzare strategie efficaci di gestione dello stress e che si basano sull'utilizzo di tecniche di gestione delle emozioni, esercizi di tipo psicofisiologico (tecniche di rilassamento), attività fisica, meditazione.
Interventi di prevenzione terziaria, come il counseling psicologico e la psicoterapia.
Dott.ssa Maria Stefania Rao - Catania

Il Significato Inconscio dell'Angoscia

Tradizionalmente i desideri istintuali sono sempre implicati nel generare angoscia. Una tipica angoscia è quella infantile di perdita dell'oggetto, il neonato si sveglia con la sensazione di aver perso il seno, l'oggetto da cui deriva la soddisfazione dei suoi bisogni. Più grande, il bambino può vivere il divieto del padre con un sentimento di angoscia di castrazione, operando la trasformazione di una sua paura inconscia in una minaccia proveniente dalla figura paterna. Quest'ultimo tipo di angoscia si basa sul modello crimine/punizione, in cui il crimine è rappresentato dal desiderio sessuale o aggressivo verso l'oggetto materno ed è contrapposto all'attesa di una punizione.
Un altro modello descritto da Freud individua il trauma come fonte di angoscia. In questo caso i desideri sessuali/aggressivi inconsci rappresentano una minaccia naturale per il sé individuale e l'accumulo di questi eccitamenti di origine interna o anche l'eccesso di stimoli esterni costituiscono un'esperienza di impotenza da parte del soggetto, poiché non è in grado di elaborarli ed affrontarli. Altri autori confutano la teoria della tensione sessuale come causa diretta di angoscia, mentre risulta più chiaro che qualsiasi stimolo, esperito come minaccioso per l'integrità della persona, possa generare angoscia. In questo caso la pulsione istintuale non è causa di angoscia, bensì la sua conseguenza, ad esempio la  perdita del seno materno è temuta per la propria sopravvivenza.
L'angoscia cronica riscontrata in alcuni pazienti non è dunque dovuta alle loro pulsioni istintuali, ma a fattori strutturali che predispongono a mantenere un livello elevato di attivazione del sistema neuro-ormonale. Si parla anche di Io debole e di senso di Sé non intatto, per descrivere caratteristiche personologiche in cui è deficitaria una maturazione individuale. Ciò può essere dovuto a particolari caratteristiche individuali o ad esperienze infantili particolarmente angoscianti. In conseguenza di ciò l'individuo adulto mantiene uno stato di vigilanza elevato e tende ad esperire come minacciose una vasta gamma di situazioni, che per un altro soggetto possono essere invece normalmente affrontate. Pertanto prima o poi una tale persona sarà di fronte ad una situazione che attiva un angoscia intensa. Un senso di pericolo facilmente attivato, per il Sé contribuisce alla creazione di un circolo vizioso nel quale un senso del Sé non intatto rende ancor più suscettibili di reagire con intensa angoscia ad una serie di situazioni. Angoscia che a sua volta intensifica questa sensazione di pericolo per l'Io.

L'angoscia può anche essere determinata da situazioni di pericolo che la psiche avverte allorchè il soggetto tende a comportamenti regressivi che ostacolano un normale processo di crescita e di individuazione personale. Questi processi, operanti in quelle persone che non riescono ad affrontare in maniera efficace le tappe evolutive della loro vita, sono in conflitto con il fisiologico “impulso progressivo alla separazione dalle figure parentali” e con “l'allentamento regressivo dell'identificazione con l'oggetto”. Ad esempio l'agorafobico grave, una persona che ha grande paura di rimanere in uno spazio aperto, non ha solo paura di lasciare la sicurezza relativa rappresentata dalla propria casa, ma anche timore inconscio che i propri desideri regressivi e di fusione con gli oggetti-Sé tenderanno ad attivare un angoscia intensa, proprio perché questi desideri rappresentano delle minacce all'integrità del Sé.
La terapia psicoanalitica aiuta il paziente a dissolvere l'investimento dell'oggetto cattivo attraverso il rapporto con l'investimento buono rappresentato dalla relazione terapeutica. E' probabile che gli effetti benefici della terapia abbiano prevalentemente a che vedere non con l'eliminazione degli insuccessi e delle carenze strutturali, ma con il miglioramento degli effetti prodotti dalle angosce irrealistiche e dai conflitti irrisolti che tipicamente accompagnano qualsiasi insuccesso e carenza della persona.